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Mariangela Ungaro. Polvere di stelle



CINZIA BAUCI


18/04/2015





































Ci sono anime sconfinanti e anime sconfinanti. Sino ad oggi ho raccontato di anime al galoppo.
appartenenti a personaggi le cui vite e la cui arte hanno davvero molto di romantico.
Ci sono però anime sconfinanti che non fanno fracasso. Niente vento e tempesta per loro. Sono piuttosto anime dall'apparenza tranquilla, che ti verrebbe di definire soavi.
Anima soave mi pare un buon modo per introdurre la protagonista di questa pagina, Mariangela Ungaro. Pianista, compositrice, cantante, musicologa, didatta. Nata nel 1975 a Milano.
La Milano degli anni di piombo, dei primi dubbi sul modello economico legato al boom.
La famiglia di Mariangela è una famiglia onesta e operosa, nessun eccentrico e nessun artista nel suo albero genealogico.
Un segno connotante però arriva presto. La bambina è da fiaba: bionda, delicata come un angelo, occhi larghi di un azzurro venato di grigio malinconia, insomma è bellissima, il sogno di tutti i genitori, ad un certo punto però la fiaba si rivela una fiaba nera di quelle alla Tim Burton, la bambina si ammala. Non le normali malattie infantili ma una malattia lunga, durerà anni, e dolorosa.
Una malattia che porta con sé un' apparente maledizione che invece si trasforma in dono. La solitudine.
Un dono che la rende simile a quelle monache mistiche, scrittrici e musiciste del medioevo, Rosvita o Hildegarde von Bingen.
E infatti, con la solitudine, viene per Mariangela l'attitudine all'ascolto, e dall'ascolto una sensibilità pressoché assoluta al suono, nel senso più ampio, vibrazione, parola, frammenti di melodie, rumore.

 




Quando molto più adulta comporrà usando cellule sonore come cellule madri che generano sequenze potenzialmente infinite, farà tesoro di quel suo approccio legato ad una mancanza. Niente giochi con altri bambini e niente corse sfrenate. Sarà la musica a salvarla.
Sola impara presto a riprodurre le canzoni che ascolta alla radio e alla tivu, la capacità eidetica di Mariangela è sorprendente. Come sorprendente è il suo canto che non l'abbandonerà mai.
Fischietta persino, abilità con cui ancor oggi strabilia chi l'ascolta.
I genitori si convincono ad avviarla allo studio del piano per cui si rivela subito dotatissima, ma se questo, date le premesse, può sembrare scontato, meno scontata è l'altra capacità che emerge in modo del tutto spontaneo, quella di rielaborare il materiale sonoro. Qualsiasi materiale sonoro. La Ungaro è onnivora.
Vince premi e concorsi prestigiosi, appare come una fata ma il suo tocco è nervoso ed energico. In lei si intuisce una forza tranquilla ma inesorabile.
La carriera di concertista però non le basta. La Ungaro capisce presto che non può essere soltanto esecutrice, sia pur a quei livelli che, per difficoltà e sensibilità richiesta, nella musica colta, danno all'interprete uno status altissimo.
E presto emerge anche un'altra particolarità, che forse le deriva da un genius familiaris, una propensione quasi artigianale, la musica per lei è davvero qualcosa “che si fa” nel senso più completo del termine.
A dodici anni viene commissionato a Mariangela, da un collega del padre, musicista amatoriale, l'adattamento di quella che molti critici considerano una delle più belle canzoni mai scritte, Stardust, brano jazz dalle mille suggestioni. Il suo primo lavoro pagato. Qualcosa che ha a che fare con le stelle. Dunque con il successo. Non necessariamente un successo come lo intende il senso comune.
Molti anni dopo comunque chiamerà Stardust il suo studio factory, progetto multimediale compendio di tutti i diversi aspetti del suo operare, della sua technè. L'idea del successo di Mariangela.



E forse questo gusto per l'aspetto artigianale che conduce l'artista a considerare la musica nella sua totalità, dirigerà persino cori gospel, fedele alla dodicenne di genio che arrangia Stardust continuerà ad essere avida di ogni forma e genere musicale.
Gli studi di composizione sperimentale la sospingeranno verso la ricerca, suoi brani vengono eseguiti in programmi che propongono composizioni di Ligeti, Stravinskij, Berio. In lei però non c'è traccia dei compiacimenti astrusi che talvolta affiorano in altri autori di contemporanea.
La Ungaro ama il suo pubblico, non vuole abbagliarlo o spiazzarlo o umiliarlo. Vuole piuttosto accompagnarlo in territori che si pensano a torto, difficili e fuori dalla portata di tutti.
Un tratto materno forse, all'inizio parlavo di soavità. O un portato della sua attività di didatta a contatto con i bambini. O ancora della sua profonda umanità, lei non è mai vissuta in una torre d'avorio. In lei l'eccellenza è cresciuta nella sofferenza, nell'esclusione, in quella malattia di cui ora non c'è più traccia esteriore ma che tanto l'ha segnata. E le ha insegnato.
Molte volte ha scelto strade che non l'hanno portata lontano. Vicoli ciechi. Ad un certo punto si sposa, va via, in Francia, ha una figlia, il matrimonio non funziona e pare che la sua carriera di musicista sia in pericolo.
Ma lei ritorna. E rinasce. Studia a Chieti con Luis Bacalov che le spalanca le porte della musica per film.
Trova poi un'anima gemella, Emanuele Contreras, cantante e mago informatico, che la inizierà ai misteri del web. A tutte le potenzialità tecnologiche che al web sono collegate. La Ungaro impara così a comunicare nell'epoca di Internet. Crea una radio on line con una rubrica dedicata proprio al cinema. Naturalmente al cinema che si ascolta. Le colonne sonore.
Emanuele diventerà suo compagno nella vita e nella musica. Chi scrive prova grande empatia verso le coppie che percorrono un cammino artistico comune, c'è un rimando potente allo struggente mito platonico dell'androgino. Due metà, divise agli esordi della creazione, che finalmente si ricongiungono.
La Ungaro trova anche il tempo di mettere in piedi iniziative di grande respiro come la Maratona per lo tsunami. L'idea era quella, allora piuttosto ardita, di portare al Conservatorio di Milano, musicisti di ogni genere, accomunati dalla qualità, per raccogliere fondi destinati alle vittime dello tsunami.
Una due giorni di musica senza frontiere che ancor oggi ricordano in molti.
Lì, in una sala Puccini gremita all'inverosimile, ci siamo conosciute, o forse riconosciute, lì ho debuttato, con il duo formato da quello che è mio compagno nella vita e nell'arte e da me, con un primo abbozzo di un lungo lavoro di ricerca sulla musica ebraica e sulla musica popolare. Il nome del nostro duo è Stellerranti, ancora una volta parliamo di stelle. Affinità Elettive?
Molto ci sarebbe ancora da raccontare ma vorrei chiudere accennando ad un altro talento di Mariangela la soave, un talento oggi rarissimo, saper riconoscere il talento altrui, soprattutto quello non convenzionale. E prodigarsi per “farlo durare e dargli spazio”.
C'è davvero nella Ungaro una vocazione speciale e soprattutto modernissima. La vocazione alla bellezza condivisa. Sulla rete e nel mondo reale.

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